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Un fantasma al campo

Inserito il 9 agosto 2012 @ 10:09 | No Comments

Sono ormai da tantissimi anni un fantasma e da quasi altrettanti mi sono sistemato nell’istituto dei Salesiani di San Domenico Savio di Salerno. Come mi chiamo? E chi se lo ricorda… Però tengo bene memoria di tutti quelli che sono passati per il mio istituto. Si, mio, perché ormai lo sento un po’ anche di mia appartenenza… La mia trasparente figura ectoplasmatica non dà molto nell’occhio, anzi per dirla tutta non è affatto visibile agli umani, ma le mie pupille scrutano in profondità ogni persona e cosa. È grazie ad esse se oggi posso raccontarvi questa storia; o meglio queste storie.

Da quando sono qui chissà quante persone sono passate, così tante che ormai ho perso il conto, ognuno per un motivo diverso, ognuno con una storia diversa. Ricordo ad esempio il vecchio prete in pensione, un uomo anzianissimo che camminava a stento aiutandosi con una carrozzina, che tutti chiamavano Don Si, per il suo muovere sempre la testa su e giù… O il gruppo di ragazzi di Azione Cattolica di Aversa, che sono venuti qui poco tempo fa. Già, magari vi racconterò di loro…

Il gruppo arrivò qui all’istituto nella tarda mattinata di venerdì 27 luglio 2012, stracarico di bagagli e pieno di una vitalità sovraumana. Sentivo parlare con accenti diversi, come se i ragazzi provenissero da zone lontane, però riuscivo a capirli e così scoprii da dove venivano: un folto gruppo era di Averza o Aversa o qualcosa del genere, un altro di Frattamaggiore, poi alcuni ragazzi di Giugliano e Crispano, poi ancora Carditello, Lago Patria, San Cipriano d’Aversa, Succivo e altri paesi. In ogni caso si sistemarono nelle varie camere e nel pomeriggio iniziarono a parlare. Che cosa strana. Parlare. Si sedevano insieme e parlavano per ore, poi ridevano, poi parlavano e ridevano ancora. Chissà quante cose si raccontavano, quante storie divertenti. Poi però notavo che tornavano seri e cominciavano a fare varie cose: alcuni scrivevano, alcuni si muovevano e gesticolavano come in una commedia, altri ancora parlavano in una specie di microfonino vicino ad un computer e poi si riascoltavano, altri andavano in giro a fare interviste. Non sarei riuscito a capire nulla se non avessi fortunatamente trovato un programma delle giornate affisso ad una parete. Le varie attività che svolgevano erano laboratori e ognuno decideva cosa fare in ogni giornata. Fu così che capii che quelli che scrivevano facevano parte del gruppo della “letteratura”, che cercava di riscoprire la bellezza delle parole. Leggevano passi di libri e scrivevano racconti, proprio come facevo io un tempo, prima di diventare nient’altro che un’ombra senza sentimenti né emozioni. I giovani che si muovevano erano, invece, del laboratorio di “teatro”. Il loro lavoro mi colpì, era davvero straordinario: riuscivano a comunicare senza parlare, solo con gesti e suoni. Come avrei voluto comunicare anch’io, tornare in contatto con quel mondo che tempo prima avevo lasciato. Ma torniamo a noi… Dicevamo del teatro. Poi c’erano quelli della “radio”, si la radio. Da giovane la sentivo spesso, o almeno così ricordo vagamente. I ragazzi di questo laboratorio si riunivano in una sala e creavano una vera trasmissione; ognuno aveva il suo compito e lo svolgeva con estrema cura. Sentii un paio di loro lavori ed erano fatti davvero bene. In ultimo il gruppo delle interviste. Il loro laboratorio si chiamava “foto e video” e puntava a utilizzare questi due mezzi di comunicazione come due occhi aperti su se stessi, su gli altri e sul mondo.

Un’altra cosa che mi colpì profondamente erano i momenti in cui, tutti insieme, i ragazzi si riunivano in una cappellina e iniziavano a pregare, guidati da un prete. Era strano vederli lì, silenziosi, concentrati, ma allo stesso tempo vivi, gioiosi. Non è bello ammetterlo lo so, ma io li invidiavo molto, invidiavo la loro pace interiore, la loro felicità, che io mai potei avere durante la mia vita.

Spesso uscivano e gironzolavano per la città, oppure una mattina andarono a mare non molto lontano dall’istituto, o ancora si recarono da alcuni giovani del posto conoscendo anche una donna missionaria in Bangladesh che aveva deciso di donare la sua vita per i bambini di quei luoghi. Io li seguivo sempre e insieme a loro imparavo un sacco di cose e mi sentivo persino meglio; per quanto possa sentirsi meglio un fantasma, si intende. Ricordo poi una sera, in cui andarono in una chiesa di Salerno per sedersi di fronte un pezzetto di pane, esposto su di un altare. Fu un’esperienza indimenticabile. Sentivo una forza straordinaria venir fuori da quel piccolo ammasso di farina e mi sentivo leggero leggero, come una piuma.

I ragazzi partirono il 31 pomeriggio e non vi nego che vedendoli andare sentii un groppo in gola, o comunque in quel luogo che un tempo conteneva la mia gola. Devo tantissimo a quei giovani, che mi insegnarono cosa fosse la fede. È strano come imparai la cosa più importante della mia vita solo dopo essere morto. Fui felicissimo. Finalmente mi sentivo leggero, leggerissimo e imparai a volare. Una mattina ero appena uscito dalla cappella dopo aver pregato un po’ e improvvisamente vidi una forte luce. Mi ritrovai in paradiso ed è da qui che oggi, grazie a quei ragazzi, vi scrivo.

di Matteo Vasca


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